Il paese dei morti moribondi

Debbo questo post alla mia amica Tisbe, conosciuta prima in rete e poi di persona (e ci guadagna, eh…), che nel commentare la mia vignetta del 18 sulle morti bianche rileva – con ragione – che tutto sembra così macabro.
E così è. Le morti sul lavoro non dovrebbero mai finire in una vignetta, nel senso che non dovrebbero essercene, almeno nelle quantità industriali di cui giornalmente veniamo a conoscenza. Senza contare quelle dei clandestini (così un’altra volta imparano) che sicuramente avvengono e delle quali non si sa niente per ovvii motivi.
Tisbe si riferiva all’atmosfera che viviamo e non c’è dubbio che l’aria intorno sappia di mortorio diffuso e persistente.
Proprio quando gioiosamente cercano di farci credere che tutto va bene, che ci invitano a venir fuori di casa e scapicollarci in discoteca per un esercizio propedeutico a magnifiche trombate; che ci rassicurano sulle sorti delle banche che saranno aiutate (con i soldi nostri, si capisce); che ci fanno intravedere una scuola popolata di coloratissimi grembiuli, priva di maestri, e liberata dagli intrusi col muso nero; e ci fanno festosi annunci che la monnezza è sparita (mettendo in dubbio la legge di Lavoisier fermo al suo patetico "nulla si crea e nulla si distrugge"), soppiantata da virtuosi tornelli…
Proprio adesso che tutto questo bendidio ci si rovescia benefico addosso, in giro c’è un’aria spenta, gente rassegnata e impaurita, incapace di sorrisi e gesti gentili, tutti incazzati contro tutti, indifferenti agli annunci a raffica seguiti da decreti pret-a-porter che cambiano la costituzione senza che ce ne accorgiamo.
Gente ormai morta che non legge i sondaggi che la descrivono allegra e vitale, e va nella scia di un uomo che dice di essere vivo ma veste come una salma, circondato da guardiaspalle e moribondi di corte, uomini che sbavano per cascami di potere e femmine scivolate dallo schermo alle istituzioni passando per chissà dove.
Ectoplasmi che non si accorgono che la città che era stata additata ad esempio di come sa amministrare la destra, Catania, è al fallimento e ci costa 140 milioni di euro a fondo perduto (soldi nostri, ma cosa vuoi che sia). Il sindaco che ha causato tanto disastro è quel tale Scapagnini, medico personale di Berlusconi al quale ha diagnosticato una vita attiva oltre i 120 anni. Se il medico ha le stesse abilità dell’amministratore, facile che ad Arcore ci sia qualcuno perennemente con le mani tra i coglioni.
Gente che infila le giornate senza interessarsi a niente, delega tutto e crede alla favola che Napoli sia stata liberata in pochi giorni dalla monnezza, e non s’accorge che sì, l’hanno portata via dal centro di Napoli, ma per scaricarla nelle province intorno. L’ormai ex verde Irpinia ne sa qualcosa, eh Tisbe?
Gente che vive (si fa per dire) talmente impregnata di nulla e di morte che appena può la distribuisce a sprangate.
E anche il linguaggio si è accomodato ai plumbei schemi delle veglie funebri, nelle quali la regola aurea impone di non nominare mai il defunto, se non utilizzando vocaboli paralleli o innocue perifrasi: così come il morto evolve in "caro estinto", i lavoratori da mettere sulla strada diventano esuberi, i quotidiani episodi di razzismo diventano sporadiche intemperanze e le classi separate per razza coraggiose iniziative di integrazione (un audace ossimoro, anzi un ossimorto…).
Insomma, una specie di discesa all’inferno, peraltro appena cominciata. E chi dovrebbe occuparsene si accoda con sussiego al coro del tutto va bene, e il futuro è radioso.
Io, più modestamente, ci faccio vignette.