Il Partito Democratico, la bussola e la rosa dei venti (volendo, anche 32)

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Secondo alcuni storici, Il PCI fu un grande partito; secondo altri solo grosso.

Secondo Berlusconi ha governato l’Italia per un bel po’ di decenni. Si sa che non é vero, ma lui ne é convinto e ad alcuni comunisti, molto democraticamente, ha offerto l’opportunità  di continuare a farlo con lui: qualcuno é di peso, come Ferrara; qualcun altro é pesante (nel senso di chepalle!…) come Bondi.In verità  ce n’é anche di provenienti da un po’ oltre, come Franco Frattini e Tiziana Maiolo (dal Manifesto…) o Gaetano Pecorella, l’intrepido avvocato di Soccorso Rosso Militante. Senza parlare di Gianfranco Micciché e Paolo Liguori, partiti da Lotta Continua per approdare ai meno proletari muri di palazzo Grazioli. (*)

Ma si rischia di divagare…

Volevo dire che, a parte i giudizi, il PCI si valeva sicuramente di un’organizzazione solida e capillare in grado di dare ai suoi iscritti una formazione politica e operativa completa e in continuo aggiornamento.Nelle stanze affumicate da consumi cancerogeni di Alfa e Nazionali si insegnavano le tecniche per la vendita domenicale de l’Unità  porta a porta o si fornivano gli argomenti per contrastare efficacemente nei luoghi di lavoro gli infiniti tentativi di ridurre drasticamente sia gli spazi di libertà  e partecipazione che le già  dissanguate buste paga (quando c’erano).

Nel caso, si dispensavano raffinate erudizioni sui rapporti tra capitale e lavoro, o sulla storia delle lotte di classe dalla cacciata dall’Eden fino ai cancelli di Mirafiori (Marpionne non c’era ancora, ma le cose andavano suppergiù come adesso).

Una frase che i capi ripetevano spesso, magari – usciti dalla sezione – scaldando un bicchiere di rosso tra le mani, era: “… E fate sempre attenzione a non diventare come chi vogliamo combattere; ricordatevi che se siete all’opposizione la maggioranza farà  di tutto per ridurvi a sua somiglianza. E allora sarà  finita.”

Si vede che questo insegnamento i compagni che sono approdati nel Partito Democratico nei rimbalzi dal PCI alla Quercia, al PDS, ai DS, se lo sono fumato per strada. E così, nel momento in cui la maggioranza va a puttane (in senso figurato, ma anche reale, come direbbe Veltroni), e si spacca in frazioni e fazioni pronte a ridividersi, invece di offrire agli italiani l’immagine di un partito unito e solidale, in grado di affrontare la crisi con le idee chiare, invece di offrirsi come esempio di visione unitaria sulle cose urgenti da fare e in questo modo attrarre consensi, il Partito Democratico gareggia con la maggioranza a chi si divide di più.

Compaiono documenti e articoli per aggregare e scomporre pezzi di partito; si rilasciano interviste e dichiarazioni per dividere e indebolire; nascono movimenti, istanze e linee alternative. I leaders (si fa per dire) si scambiano accuse e minacce, allusioni esplicite e ricatti velati.

Manipoli di eterni scalpitanti sono pronti a raggiungere Binetti e Rutelli; i più disinvolti fanno sapere per vie traverse di essere disponibili a iscriversi fra i “responsabili” invocati da Berlusconi per salvare il governo.

Veltroni ci mette del suo e dichiara che il partito é “senza bussola”.

Ma quale partito? Siamo noi – iscritti, simpatizzanti ed estimatori (?) – che siamo scombussolati.

Ecco.