L’ultima neve di Giosafà

Girava in tutte le stagioni con addosso un pastrano militare, tenendo in mano una tromba annerita e ammaccata, forse abbandonata da qualche reparto tedesco in ritirata.
Nessuno sapeva come si chiamasse veramente; qualcuno gli aveva attaccato il soprannome di Giosafà , forse associando disinvoltamente gli squilli di tromba al rendiconto biblico nella valle di Josafat.
Viveva di carità , ma non bussava alle porte delle case; si fermava davanti ai negozi e affacciandosi alla porta chiedeva perentorio: “che v’aggio sona’?”. E si produceva in un cortissimo svolazzo di tromba, come per fornire un’anticipazione delle sue capacità .
I più gli davano qualcosa – un panino, un avanzo di formaggio – accompagnandolo qualche metro lontano dal negozio con un “mo’ no, la prossima volta”. E lui continuava il giro.
I più lo licenziavano con perentori “Giosafà , non é giornata”, ma c’era anche chi, se non c’erano clienti, accettava con pazienza l’offerta e buttava lì un titolo, magari gli ultimi successi di Sanremo o del festival di Napoli, a seconda della stagione.
Giosafà  si concentrava chiudendo gli occhi, come se leggesse uno spartito presente nella sua mente, e poi – dopo aver guardato nell’imboccatura dello strumento come per sincerarsi che le note ci fossero tutte – cominciava a soffiare energicamente nel bocchino, con le guance gonfie e rosse e gli occhi rivolti al cielo.
Tirava fuori le prime sei sette note del brano richiesto, ognuna troppo corta o troppo lunga, e poi scivolava nell’invitante refrain di funiculì funicolà , unico pezzo di cui riusciva con qualche acrobazia a concludere le prime battute.
Seguiva un cerimonioso inchino e una posa plastica in attesa della ricompensa, un po’ inclinato in avanti, a volte su un piede solo, in una figurazione leggera e quasi eterea che ti faceva pensare che forse nella danza avrebbe potuto raccogliere più consensi che nell’esercizio sconsiderato della tromba.
Poi, terminata una strada, svaniva nel nulla da dove era emerso, non era invadente, lo sguardo aperto, ma sul volto sempre una piega amara e triste.
Quasi all’alba dopo la grande nevicata Esterino il metronotte, nell’infilare la cartina testimone del suo passaggio nella saracinesca della modista, lo vide steso contro il muro con la tromba gelata tra le mani di ghiaccio, il viso coperto di neve. Sorrideva.
E pensò che forse veramente a volte si passa a miglior vita.

La foto (via Ferriera, 1956) é tratta da campanialive.it