Poco prima del Natale del ’51 fece la comparsa in casa il primo apparecchio radio, un mobilone col coperchio, il grammofono a 78 giri incorporato e lo scomparto per conservare i dischi. Era un Unda dotato sul fianco sinistro di un’antina con l’interno a specchio per accedere a un piccolo bar. Fu una botta inaspettata di lusso, restata l’unica per almeno altri trenta anni.
Mi affascinava, le volte che si accendeva (in ogni caso solo di sera, dopo cena), guardare da dietro il mobile i piccoli bagliori colorati che guizzavano nei valvoloni grandi come una cocacola e immaginare che fossero gli impulsi radio partiti da luoghi misteriosi come Schenectady (dove sarà  mai?…) tracciati sulla scala obliqua nel pannello delle stazioni.
S’ascoltava il giornale radio (‘o comunicato, secondo la versione del nonno che era rimasto ai bollettini del tempo di guerra) e poi tanta lirica, con mio padre che pompava il volume ogni volta che partiva un’aria popolare. Si raccontò per anni di quella volta che l’inquilino del piano di sotto venne a protestare perché il volume era tornato normale dopo che Cavaradossi aveva cantato a tutto il caseggiato la sua disperazione: “Abbiate pazienza, ma non si po’ senti’ solo quello che piace a voi”. La richiesta risultò ragionevole e il vicino, incoraggiato anche da un giro di Sassolino fatto in casa, fu invitato a restare.
Quello del ’52 era il secondo Festival della Canzone Italiana. Le canzoni presentate furono centinaia, ma alla gara ne furono ammesse solo venti: melodie semplici e lineari, ancora figlie delle speranze del dopoguerra e dell’aspirazione a piccole cose; parole da tema in classe, rime secondo le regole senza neppure l’audacia di qualche timido deragliamento.
Eppure, le prime due in classifica contenevano messaggi e allusioni che, considerati i tempi e la situazione, oggi definiremmo rivoluzionari.
Vola colomba, la vincitrice cantata da Nilla Pizzi, pur senza mai nominarla contiene un chiaro riferimento alla condizione di Trieste, ancora occupata dalle truppe alleate, verso la quale il dittatore jugoslavo Tito continua a lanciare minacce espansionistiche: “Dio del Ciel se fossi una colomba / Vorrei volar laggiù dov’ é il mio amor / Che inginocchiato a San Giusto / Prega con l’ animo mesto: / Fa che il mio amore torni. Ma torni presto”. Dove l’amore invocato é l’Italia, sottolineato perfino da un verso in dialetto: “anche il mio vecio te sogna”.
Più esplicita la seconda, Papaveri e papere (cantata anche questa da Nilla Pizzi), quasi un’anticipazione dello stile di Elio e le Storie Tese: quelli che sembrano versi demenziali sono in realtà  frecce satiriche scagliate contro i potenti dell’epoca, i “papaveri alti alti”. Ai poveri cristi, che ne subiscono i soprusi, tocca il ruolo di papere “piccoline”.
La metafora venne subito fatta propria dal pubblico e ancora oggi il termine “alto papavero” identifica con immediatezza i portatori insani di un potere al quale sono giunti di sicuro   percorrendo strade non proprio lineari.
Poco più di un anno dopo il caso Montesi sarà  il primo capitolo di una storia non ancora finita di misteri, insabbiamenti, depistaggi, nella quale i “papaveri” sono i costanti protagonisti.
“Papà , pappare i papaveri, come si fa?”
“Non puoi tu pappare i papaveri” disse Papà .
E aggiunse poi, beccando l’insalata:
“Che cosa ci vuoi far, così e’ la vita…”